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giovedì 13 marzo 2008

I 12 ddl di Veltroni

Signori miei, io non lo vorrei dire, ma quest’idea decisionista di presentare i disegni di legge prima delle elezioni non è né buona né foriera di conseguenze positive sul piano istituzionale. Rappresenta anzi una volta di più lo scadimento della nostra Repubblica in un sistema plebiscitario. Non bastavano le liste precostituite, i candidati premier designati, il bipartitismo del voto utile. Oggi -offerta speciale!- ecco il pacchetto premium: Presidente del Consiglio, Ministri, Parlamento, legislazione, tutto con un unico voto! Come diceva un manifesto ritoccato su La Repubblica: VelTrony, non ci sono paragoni.

C’è a chi tutto questo piace. Fate vobis. Tuttavia lasciatemi fare il grillo parlante per qualche istante: voi pensate davvero che sia bene che un leader si vincoli a presentare dei disegni di legge già scritti prima delle elezioni? E se a me non piacesse uno di questi? E se pensassi che un articolo, un comma, una parola non vanno bene? Già, dovrebbe essere il Parlamento a discuterli. Ma in questo modo si blindano, si avvolgono dell’aura sacra della scelta popolare. Chi potrà decidere di metterli in discussione poi? Non certo la maggioranza del Pd, scelta, investita, eletta insieme con il pacchetto di disposizioni normative.

Avendo un sistema a (almeno) due attori ci si aspetterebbe che l’altro ci fornisse un’alternativa. Invece no! Pronti 13 disegni di legge. A me avevano spiegato che la democrazia fosse qualcosa di un attimo più serio e complesso e che il Parlamento dovesse essere sovrano. Invece ci ritroveremo con due camere di semi-competenti, fedelissimi, impotenti. Con due partiti senza democrazia interna, dove al massimo si voteranno i vertici provinciali, sempre con una sorta di plebiscito. Con lo Stato in balia di gruppi di pressione (i cosiddetti poteri forti) che, in assenza di regolamentazione, vivono nell’ombra tirando le redini. Nepotismo, corruzione, clientele: diciamoci la verità… questa Terza Repubblica rischia già dalla partenza di essere peggiore della conclusione della Prima.

giovedì 6 marzo 2008

Luca Barbareschi candidato di An in Sicilia

Prime anticipazioni nel totoliste. Voci autorevoli parlano di una candidatura alla Camera del noto attore Luca Barbareschi in Sardegna al quinto posto nella quota di Alleanza Nazionale.


La tremarella prima delle liste


A destra la terra trema. Mentre si conoscono già molte indiscrezioni nella parte di liste del Pdl di competenza di Forza Italia, da An le voci sono molto più misurate. Generali a parte, la tendenza dovrebbe essere quella di una complessiva riconferma degli uscenti. Qualche new entry è prevista in Veneto, in Puglia, nel Lazio.

L’aria si può tagliare a fette con il coltello e qualcuno ha paura di una sorpresina dell’ultima ora. D’altra parte questi sono i momenti in cui saggiare la resistenza delle alleanze con i colleghi, dato che certamente i territori non hanno voce in capitolo.

Aspettando le liste si vive quel clima da giorno prima dell’uscita dei voti alle superiori. C’è chi sai che passerà, chi temi che sia bocciato, ma tu che stai sul confine, con qualche insufficienza qua e là, che fine farai? Allora partono le telefonate al santo che puoi vantare nel comitato ristretto che prende le decisioni. Né troppe, né troppo poche. E intanto ti aggiri inquieto non sapendo se restare a Roma o tornartene a casa. A chiunque dici che, in fin dei conti, anche se vieni fatto fuori, troverai il modo di cavartela. “Io non ho mai chiesto nulla a nessuno! E stavolta, dover domandare qualcosa e affidarmi agli altri mi fa sentire in un modo…”.

Nelle persone che si caratterizzavano per spocchia e senso di superiorità vedi apparire qualche segno di umanità. Fanno la battuta, sorridono, sdrammatizzano. Si riscoprono mortali, fragili, vulnerabili. E per una volta cercano il calore umano.

Ah, ci fosse ogni giorno l’uscita delle liste!


mercoledì 5 marzo 2008

Il modello Lesotho


E’ un processo che va avanti da molto, moltissimo tempo e siamo giunti ormai al culmine della rivoluzione: il nostro sistema non può più dirsi parlamentare. Bisogna prenderne atto. Il potere del Parlamento sull’Esecutivo conosce in ogni sistema democratico dei contrappesi in modo da imporre la governabilità: in alcuni Stati vi è l’investitura diretta del capo dell’Esecutivo e non vi è dunque la fiducia (ad es. Stati Uniti), in altri vi è la fiducia ma esistono forme di dissuasione al suo uso indiscriminato come il potere di scioglimento delle Camere al Primo Ministro o la sfiducia costruttiva (ad es. Germania).
In Italia, ove vige un sistema di democrazia parlamentare a bicameralismo perfetto, l’assenza di ‘armi’ per il Governo ha portato, con altri fattori, ad un’instabilità cronica. Potevamo dividerci sulle ricette da adottare, invece ecco presentarsi la vera cura: il potere di nomina del Parlamento in mano al candidato Primo Ministro. Un metodo rivoluzionario che potrebbe solo apparentemente sembrare datato (ricordiamo che durante la Monarchia il Senato del Regno era di nomina regia… restava la Camera ad essere elettiva, ma oggi abbiamo risolto questo inconveniente). Dopo una fase di collaudo poco riuscita col Governo Prodi, questa volta speriamo in una migliore resa dopo importanti ed efficientistici aggiustamenti: la nuova versione riveduta e corretta vede la drastica riduzione dei partiti nelle coalizioni e l’eliminazione di qualsivoglia possibile dissenziente.
Dopo che Berlusconi ha sollevato la questione dell’inutilità di più di 30 persone preparate nelle Camere (se no litigano), il rivale Veltroni ha dato pratica realizzazione al progetto di epurazione di qualsivoglia testa pensante per sostituirla con una schiera di segretari (come asseriva ieri anche la Velina Rossa!) e di ragazzini/e con un peso politico e morale pari a quello che può avere il Lesotho nell’Assemblea Generale dell’Onu (senza offesa per i Lesotiani). Uno spot per ogni categoria: la fanciulla bella e brillante con 110 e lode (ce ne sono altre 10 mila), l’addetta al call center (per giunta fasulla), il giovane industriale (figlio di), il rampante industriale, una selva di sindacalisti e portaborse dei big (l’intero staff di Palazzo Chigi). Gente che magari qualcosa ne sa, per carità. Ma senza interessi o un elettorato da rappresentare. Senza la forza e l’esperienza soprattutto.
Confidiamo che anche Silvio si adegui e garantisca finalmente una piena governabilità sostituendo l’inutile orpello del rappresentante del popolo con più utili e funzionali robot antropomorfi che possano schiacciare in sincrono il giusto bottone. Ci costerebbero pure meno!

lunedì 3 marzo 2008

La coerenza di Massimo Calearo


(ANSA) - VICENZA, 1 MAR - Massimo Calearo non vuol parlare di elezioni e candidature, anche se nei suoi confronti starebbe proseguendo il pressing del Pd per farlo scendere in lizza in Veneto. 'Sono in ufficio e sto lavorando - risponde all'ANSA l'imprenditore - e intendo prendermi un week end sabatico. Fino a lunedi' non parlo'.
Se questo significhi che rifiuta l'offerta a scendere in politica, il presidente di Federmeccanica precisa: 'certamente. Bisogna anche lavorare ogni tanto, e io sono quattro anni che con l'impegno di presidente di Assindustria Vicenza, dal quale mi sono dimesso ieri, non riesco a farlo'. Ma e' vero che le fanno la corte per candidarsi ? 'Mi chiamano ogni giorno, a tutte le ore - risponde -, per offrirmi di entrare in politica!'. (ANSA).

(ANSA) - VENEZIA, 2 MAR - 'Ho accettato la proposta di Walter Veltroni come capolista del Partito Democratico nella circoscrizione elettorale del Veneto dopo lunga e attenta riflessione e perche' credo che questo sia un momento fondamentale per il futuro del nostro Paese'. Cosi' Massimo Calearo, l'industriale vicentino presidente di Federmeccanica, spiega perche' ha accolto la proposta di scendere in politica con il Pd. 'Ho accettato la proposta di Veltroni - rileva - perche' se nel Partito Democratico trovano spazio anime, culture e interessi (anche non di sinistra) come quelli di cui io sono portatore, significa che la politica italiana sta veramente cambiando'.(ANSA).

sabato 1 marzo 2008

Le candidature di servizio


Roma, 29feb. (Adnkronos) - 'In Parlamento chi lavora sono trenta persone, tutte le altre devono essere li', leali, e devono essere presenti dalle nove di mattina alle nove di sera'. Lo afferma Silvio Berlusconi rientrando a Palazzo Grazioli dopo la presentazione del programma del Pdl. 'Se ce ne sono troppi bravi -spiega il leader azzurro- fanno a pugni tra loro, perche' su un argomento vogliono parlare in tre, quattro o cinque. Quindi e' molto meglio averne uno e la riserva e basta. Questo ho imparato in questi anni'.
Berlusconi commentando le candidature scelte da Walter Veltroni (candida l'operario? 'Lo fara', ma alla fine non cambia nulla'), sostiene che devono essere presenti in Parlamento i 'rappresentanti della gente, chi ha fatto sport, chi ha rappresentato altre categorie... Guardate cosa ha fatto Fiorella Ceccacci per valorizzare il teatro', chiarisce il leader del Pdl. 'Percio' -insiste- serve un rappresentante di ogni categoria, perche' queste persone sono i canali che veicolano le esigenze del settore'.

Io lo dicevo già da parecchio tempo. I parlamentari, ragazzine comprese, sono scelti più per la loro utilità che per la loro preparazione. Il caso della Picierno è un'eccezione: serviva per dimostrare a De Mita non solo che la sua 'pupilla' era in vendita per una squallida poltrona, ma che era disposta pure ad accoltellarlo alle spalle. Un modo elegante di Veltroni per ringraziarlo della polemica scatenata in occasione della sua defenestrazione.
Per il resto, a partire dalla Madia (che oggi ha dato alta prova di sè sul Corriere e che, come sottolineava Repubblica, si è fatta subito benvolere dalla sinistra) per arrivare alla falsa precaria Ilardi, sono tutte candidature "di servizio" (ai leader). O meglio di disservizio, dato che si stanno rivoltando contro lo stesso Veltroni.
Non mi illudo, sarà così, se non peggio, per il Pdl. Sono infatti curioso di vedere le liste. Tuttavia o si cambia davvero il modus agendi della politica, o questo circo sarà destinato a continuare.
Avete notato che in campagna elettorale e nei programmi non si è spesa una sola parola sulle riforme se non per paventare, scongiurare, minacciare inciuci? Io vorrei sapere che idee hanno coloro che mi appresto a votare sul nostro sistema istituzionale. Ma mi rendo conto che in campagna elettorale, forse, è chiedere troppo.

giovedì 20 dicembre 2007

Il Natale a Montecitorio

Vi raccontano che alla Camera si lavora fino al 24 dicembre. Favoleggiano di febbrili discussioni, accordi segreti, un attivismo sotterraneo alla ricerca del compromesso per la nuova legge elettorale. E' vero: per le 20 persone circa che dentro i Sacri Palazzi hanno il potere di prendere delle decisioni sono giorni duri. Ma anche per gli altri 610 sono giornate intense essendo tutti occupatissimi in altre mansioni che mi adopero testè a rendicontarvi. Innanzitutto vi è la redazione, l'imbustamento e l'invio dei biglietti natalizi. Migliaia, migliaia e migliaia. Duecento di fornitura standard per singolo deputato. Ogni deputato li fa stampare con la frasetta di rito selezionata con meticolosa cura e li manda in casella agli altri colleghi del gruppo o della coalizione (qualche pazzo li manda a tutto il Parlamento). Appena giungono nelle segreterie, poi, finiscono nel cestino senza essere neppure aperti. Vi è poi il rito natalizio dell'accaparramento delle agende del nuovo anno. Il contribuente si acquieti: vengono pagate dal deputato. Solo che sono in numero limitato, soprattutto quelle più economiche in pelle sintetica. Un'agenda Camera è un regalo di prestigio. Anche se siete grillini antipolitici risultano utili: contengono l'annuario con tutti gli interni delle cariche istituzionali. E' comprensibile che vadano a ruba. Quest'anno il termine ultimo ed improrogabile per le ordinazioni era il 30 novembre. Non tutti però ce l'hanno fatta. I restanti hanno come sempre messo in atto gli espedienti politici più tipici: minacce, lusinghe, amici del magazzino, amichette dell'amministrazione, furti e -ci è giunta voce- perfino profferte sessuali. Il Natale di Montecitorio si caratterizza, poi, ogni anno di eventi isolati: l'anno scorso esplose il caso delle statuine gay nel presepe istituzionale e della folgorazione sulla via di Damasco di Bertinotti (stanze di riflessione, ritiri sul Monte Athos, atei che invidiano i credenti, visioni mistiche complici le erbe che crescono nelle aiuole della Camera bassa). Quest'anno abbiamo il calendario delle parlamentari: guardatevelo e compratelo, è per beneficenza. Ma non cadete in tentazione. Neppure Michelangelo si mise così d'impegno a scalpellare i Prigioni come il fotografo che ha reso belle le signore politiche. Oggi rimiravo il ritratto di una deputata del Pd: me ne stavo innamorando. Poi ho guardato la sua scheda sul sito Camera. Devo stringere la mano a chi ha realizzato il calendario. Pace in Parlamento agli uomini di buona volontà: infilatevi l'elmetto che il 26 si ricomincia.

Per approfondire
articolo repubblica.it


da http://presidente.camera.it/img/second/album/grandi/181206_1.jpg


martedì 18 dicembre 2007

La fine delle riforme o De spiderpok adveniente

E' finita la battaglia. Nonostante tutte le velleità di cambiamento, chi si era convinto che fossimo giunti alla svolta epocale ha dovuto ricredersi. Oggi sappiamo che qualsiasi accordo sulla legge elettorale, a meno di blitz dell'ultima ora, sarà volto alla conservazione dell'esistente. Resta solo la possibilità del referendum (Corte Costituzionale permettendo). Ed è una speranza assai grama cui aggrapparsi. Vince Prodi, vincono i nanetti. Vince il "rispetto per le differenze", i dialoghi ad oltranza e spesso inconcludenti, quel concetto bacato di concertazione che significa da ragione a tutti attuando politiche inefficienti se non dannose. "Non è che il compromesso sia frutto di chissà quali aspetti negativi - è l'opinione del premier, Romano Prodi -, perchè l'ampiezza del dialogo non è un aspetto negativo." fatto è che si è capito che, a differenza di quanto disse Fini, il Governo non cadrà il giorno dopo l'approvazione della nuova legge elettorale, bensì il giorno prima. Attendiamo la prossima proposta di pastrocchium, quale che sia il nome del suo genitore. Un altro sistema misto con quote proporzionali di garanzia e un maggioritario di facciata. La canonizzazione della conservazione della carnevalesca piccineria italica. Se invece si giungerà al referendum di Guzzetta sarà una sconfitta per tutti: rimarranno le liste bloccate in cui si scatenerà il mercato delle vacche dato che a farne parte saranno tutti i candidati di una coalizione; si cercheranno di incamerare negli schieramenti cani e porci per formare coalizioni vincenti che, senza riforma dei regolamenti parlamentari, si separeranno il giorno dopo in Parlamento. Credo invece poco in Gentlemen's agreement tra Veltroni e Berlusconi che li porti a concorrere da soli: se il vincente avrebbe il 55% dei consensi, il perdente si troverebbe pur sempre piccolo tra i piccoli in Parlamento. E' vero che molti di questi sarebbero spazzati via, ma i partiti italiani hanno più volte dato prova di pervicacia. In fin dei conti possono pur sempre contare sulle realtà locali. Guzzetta e Segni difendono con passione la loro creatura. Si scoprirà ben presto che il figlio spurio del Porcellum è un mostro.


da http://static.blogo.it/happyblog/spiderporksimposon.jpg


Il dubbio di Mastella

Non vorrei essere nei panni di Mastella. Se Fini può dichiarare che la destra c'era prima di Berlusconi e c'è e ci sarà anche dopo (seppure ridimensionata forse di qualche seggio), Mastella non può dire altrettanto dell'Udeur. Perchè è chiaro che qualsiasi modifica che consenta una soglia di sbarramento lo polverizzerà. Quali sono dunque le sue alternative? Anzitutto la creazione della Cosa Bianca che lo riporterebbe in un ruolo a lui congegnale con persone che condividono i suoi valori ed i suoi metodi. In secondo luogo c'è la possibilità di trovare un accordo all'interno della maggioranza su una legge elettorale che gli consenta di sopravvivere. La terza possibilità è accordarsi con Berlusconi per una demolizione controllata del Governo, dando modo al Cavaliere di ricucire in fretta e furia con gli alleati: se il primo cittadino di Ceppaloni trsmigrasse in un centrodestra redivivo riuscirebbe, con elezioni basate sul vecchio Porcellum, ad ottenere cinque anni di ossigeno ed una permanenza stabile al Governo. E come si sa in cinque anni ne cambiano di cose... Ma Mastella deve stare attento. Tempus fugit.



da http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_mastella.jpg

giovedì 13 dicembre 2007

I manager di Stato cadono sempre in piedi

E' stupefacente l'arroganza con cui si continua in modo imperterrito a favorire l'abuso del privilegio che destina ai manager di stato stipendi d'oro. Il doppio del primo presidente della Corte di Cassazione. 548 mila euro all'anno di tetto massimo per personaggi che appaiono drammaticamente sempre gli stessi e che si turnano tra le più prestigiose poltrone d'Italia. Lasciando voragini di debiti.
I precari, i lavoratori dipendenti, gli autonomi che non evadono versano il loro obolo per foraggiare questo circo di illuminati che, spalleggiati da alcuni compari alla Camera, si erano indiganti alla proposta di abbassare il tetto a poco più di 200 mila euro. Io chiedo sommessamente: perchè invece di dare un fisso a questi signori non si vincolano le loro prebende agli utili delle società che gestiscono?





martedì 11 dicembre 2007

Il Vassallum no!

Ma l'avete visto Matteoli ieri sera a Porta a Porta? Sarà una mia impressione ma a me il presidente dei senatori di An mette sempre tanta tenerezza. Sarà per quell'accento marcatamente toscano che te lo fa sembrare al tempo stesso bonario ed arguto, sarà per il tono pacato ed austero, sarà per l'autorevolezza della figura. Mi sembra un personaggio d'altri tempi. Conoscendolo da vicino ci si rende conto che è persona d'altra tempra, ma a vederlo in televisione da tutt'altra impressione. E' per questo che vederlo per un istante con una mano davanti agli occhi mi ha fatto una certa impressione.Si parlava di Vassallum e se ne dimostravano i reali effetti: premiare con un generoso più i due partiti maggiori e depauperare di uno sconfortante meno tutti gli altri. I più erano intorno al cinque per cento, i meno intorno all'uno. Basterebbe tuttavia quel meno per restituire ad An circa la metà dei parlamentari attuali. Mi spiegate chi ne potrebbe restar contento? Matteoli no e Ferrero neppure. Una precisazione. Sono un difensore del proporzionale, questo non l'ho mai nascosto. Ho amici dentro Forza Italia ed ero a marciare con loro il 2 dicembre 2006. Continuo a frequentarli, a pranzarci insieme, a scherzarci. Tuttavia trovarmi in un matrimonio forzato con loro grazie al maggioritario osannato da Fini non balza in cima alla lista dei desideri della mia lettera a Babbo Natale. Oggi io posso indignarmi per un assassino uscito durante l'indulto o scagliarmi contro gli straricchi che se ne infischiano dei giovani precari; nel Ppl (scusate, ma ancora non ho capito qual è la sigla corretta) non potrei. Forse è da Fiuggi che non si vota il Presidente, ma Fini non si permetterebbe mai di cambiare dirigenti come figurine o di sciogliere il partito nel giro di un pomeriggio. Questa è la bellezza della separazione e del proporzionale che voglio. Che tuttavia non ha nulla anche fare con il Vassallum. Ha un bel dire il professore che ha dato la paternità alla proposta che da An gli arrivano insulti. Che si aspettava? Fiori e ringraziamenti? Una legge elettorale come quella di Vassallo ha la caratteristica evidente di non servire a nessuno scopo onorevole: sabota la rappresentatività senza garantire la governabilità. Rafforza di qualche poltrona i due primi inter pares senza dar loro la forza di governare da soli. Li costringe in compenso a raccattare ancora una volta alleati depauperati e quindi più incazzati che mai. Unico pregio: fare un po' di pulizia di partitini. Difetto maggiore: rafforzare le entità radicate territorialmente come la Lega e -udite udite- la SVP (ma ditemi, vogliamo proprio regalarlo a Vienna l'Alto Adige?). A meno che i Pd e Ppl non vogliano coalizzarsi e reggere il Paese per sempre felici e contenti, lo scenario è roseo solo per i bottegai. Provi ancora Vassallo a chiedermi applausi.


da http://www.bellacci.biz/



lunedì 10 dicembre 2007

On the road

"S'ode a destra uno squillo di tromba" scriveva il Manzoni. Ed oggi, dopo un mese di piccati tromboni e striscianti sviolinate, si sente finalmente echeggiare un suono limpido, squillante e deciso. Se fossi un giornalista di grido direi che il Presidentissimo mi ha ascoltato. Dato che, però, non ho la presunzione di immaginare che Gianfranco Fini legga queste mie righe sparse, posso affermare quantomeno che, una volta tanto, qualcosa, per un misterioso procedimento osmotico o telepatico, dev'essere filtrato. E non si tratta del solito ruggito del coniglio: questa volta il Capo mi è piaciuto sul serio. Non per l'accanimento terapeutico nei confronti del maggioritario. Non per la riproposizione di tre modelli improponibili. Per la capacità di farsi leader, di definire una via, di agire in modo svincolato dallo spettro berlusconiano. Per aver identificato per la prima volta da anni una politica che vedesse Alleanza Nazionale protagonista. E chi ci ama ci segua. Resto convinto che inseguire un sistema maggioritario che ci costringa a restare separati in casa sia una pessima idea. Tuttavia, per rispolverare un lessico di larussiana memoria, ora le "palle di cemento" le possiamo pure rivendicare. Che le parole siano state quelle giuste lo si evince dalle dichiarazioni dei papaveri Fi/Ppl: "intervento distruttivo", "toni sopra le righe", "grave caduta di stile" sono musica per le mie orecchie, soprattutto tenuto conto che l'attacco finiano non era ad personam ma sul merito. La strada rimane ancora molta e le scosse di assestamento non saranno indolori. Dopo un sisma di queste dimensioni il paesaggio politico cambia, i ponti antichi sono crollati ma nuovi passi si sono aperti fra le montagne. Un primo segnale incoraggiante è stata la sfida a Veltroni. E non mi si dica che è un tradimento del "popolo del centrodestra": il vero tradimento è immaginare che il presunto popolo del centrodestra (dai tratti somatici labili soprattutto al centro) debba contrapporsi militarmente contro quello di centrosinistra. Se si archiviasse l'idea di questo bipolarismo nocivo forse si potrebbe cercare di scalzare il Cavaliere dalla primogenitura che si è ritagliato nella trattativa col Pd. Dall'altra parte del vallo c'è voglia di dialogo. O il sottoscritto non scriverebbe su un blog di sinistra. Dopo anni di Babele dobbiamo imparare a parlare un linguaggio che ci permetta di comunicare accantonando i risentimenti di una stagione politica che ormai appartiene alla preistoria. Prima che cominci a farlo Berlusconi.



da http://josephbriska.altervista.org





giovedì 6 dicembre 2007

Il senso dello Stato

C'è del marcio in Danimarca. Se un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio accusa il Presidente della Camera dei Deputati di avere scarso senso dello Stato qualcosa non va. L'oggetto del dibattito, fino alla serata di ieri, era se le esternazioni di Bertinotti potessero rientrare o meno nella correttezza del dialogo istituzionale. Oggi la materia del contendere verterà su quanto la palese scorrettezza di Palazzo Chigi si sia resa necessaria. Perchè il fatto l'atto del sottosegretario Micheli che sia al limite delle regole dello Stato di diritto non è cosa che sia neppure lontanamente opinabile.
Il Presidente della Camera dei Deputati non è un leader partitico. Viene eletto con una procedura che richiede un particolare quorum ed è il rappresentante di uno dei due rami del Parlamento nella sua unità. E' la terza carica dello Stato. Il Presidente della Camera non può rappresentare una parte politica, ma ne è inevitabilmente espressione. E' l'arbitro dei giochi che avvengono in Parlamento, tanto è vero che non vota neppure, ed è garante del rispetto del Regolamento. Ciò non significa che il Presidente non possa avere un'opinione politica e che non la possa esprimere se ciò non pregiudica il suo ruolo. Il Presidente della Camera dovrebbe astenersi dai giudizi di merito, tuttavia è ormai tesi diffusa che la terzietà non debba corrispondere forzatamente con la completa estraneità. Un direttore di gara è indubitabilmente un tifoso, ma ciò non deve trasparire dalle sue decisioni sul campo.
L'attacco verso la terza carica dello Stato è un attacco a un'Istituzione repubblicana. In un regime parlamentare, dove il Governo si regge sulla fiducia delle Camere e dove il Presidente del Consiglio non rappresenta l'unità dello Stato, la critica al Capo dell'Esecutivo, al contrario, è legittima. Il Parlamentarismo Italiano è andato continuamente indebolendosi, ma finchè non cambia la Costituzione, il Governo dovrebbe rassegnarsi ad essere in una condizione di subalternità nei confronti dell'Assemblea elettiva. E soprattutto non dovrebbe pretendere rispetto senza poi concederlo a sua volta.