venerdì 7 dicembre 2007

Regalo di Natale

La politica è un'esperienza umana varia ed eventuale. Ci si diverte nei modi più vari nell'eventualità che si possegga pelo sullo stomaco degno di un grizzly. E' stato il caso del voto di fiducia tenutosi ieri sera al Senato che ha palesato una crisi epocale del sistema politico ed istituzionale italiano.
Tra dichiarazioni di voto esilaranti, errori nel maxiemendamento, i "sta seduto senatò" di Marini e la fiducia al cardiopalmo, si è consumato
sul palcoscenico di Palazzo Madama un'altra rappresentazione che potrebbe a pieno titolo situarsi tra i più alti esempi di commedia dell'arte d'italica fattura. Al tempo stesso si è dimostrato un pressapochismo imbarazzante nel momento in cui il Governo poneva la fiducia sulla presunta introduzione del reato di omofobia che si basava, però, su un articolo errato del Trattato di Amsterdam riguardante tutt'altro. Ma soprattutto è ora evidente che l'Esecutivo prodiano è tanto in crisi da non poter cadere, che la maggioranza è tanto in conflitto al suo interno da non riuscire a metterlo sotto e che l'opposizione è così divisa da non riuscire a salvarlo. Ragionamento incasinato, lo so. Cercherò di spiegarmi.
Il Governo si trova in una situazione in cui è sfiduciato (a parole) da larga parte della sua maggioranza, criticato dai ministri della sinistra estrema, odiato dall'elettorato ed è in un tale caos che nessuno dei suoi componenti può avere
la ragionevole certezza di salvarsi una volta rinunciato al trono su cui siede: per questo Prodi può sbandierare lo spettro del diluvio nel caso di una sua caduta.
La maggioranza è seduta ad un tavolo da poker: ciascun partito vede e cerca di capire chi abbia tutte carte spaiate, chi stia bluffando e chi tenga nell'altra mano una pistola carica. Ognuno ha puntato tutto ciò che aveva, o quasi. Nel caso il Governo vada giù, si gettano pure le carte e qualcuno farà fuoco, mentre il solito Mastella cercherà di scappare col piatto.
L'opposizione invece vorrebbe tenere in piedi l'Esecutivo: Berlusconi è nella fase costitutiva, Casini è nella fase mistica, Fini è fuori fase, l
a Lega fa da sè. Ma nel momento in cui Berlusconi accusa tutti di aver fatto fallire il suo Gabinetto e di essere delle spie comuniste infiltrate, ognuno deve dimostrare di essere più maggioritario degli altri e nessuno può puntellare il Governo in attesa di tempi migliori.
Per fortuna che c'è Cossiga che, dopo aver criticato in ogni modo il Governo, i suoi componenti, la maggioranza e il decreto (il misurino) che stava per votare, ha pronunciato il suo sì. E come proclama il Regina coeli: "resurrexit sicut dixit, alleluja!", "resuscitò come disse, alleluja!"


da http://cinemascope85.files.wordpress.com


giovedì 6 dicembre 2007

Il senso dello Stato

C'è del marcio in Danimarca. Se un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio accusa il Presidente della Camera dei Deputati di avere scarso senso dello Stato qualcosa non va. L'oggetto del dibattito, fino alla serata di ieri, era se le esternazioni di Bertinotti potessero rientrare o meno nella correttezza del dialogo istituzionale. Oggi la materia del contendere verterà su quanto la palese scorrettezza di Palazzo Chigi si sia resa necessaria. Perchè il fatto l'atto del sottosegretario Micheli che sia al limite delle regole dello Stato di diritto non è cosa che sia neppure lontanamente opinabile.
Il Presidente della Camera dei Deputati non è un leader partitico. Viene eletto con una procedura che richiede un particolare quorum ed è il rappresentante di uno dei due rami del Parlamento nella sua unità. E' la terza carica dello Stato. Il Presidente della Camera non può rappresentare una parte politica, ma ne è inevitabilmente espressione. E' l'arbitro dei giochi che avvengono in Parlamento, tanto è vero che non vota neppure, ed è garante del rispetto del Regolamento. Ciò non significa che il Presidente non possa avere un'opinione politica e che non la possa esprimere se ciò non pregiudica il suo ruolo. Il Presidente della Camera dovrebbe astenersi dai giudizi di merito, tuttavia è ormai tesi diffusa che la terzietà non debba corrispondere forzatamente con la completa estraneità. Un direttore di gara è indubitabilmente un tifoso, ma ciò non deve trasparire dalle sue decisioni sul campo.
L'attacco verso la terza carica dello Stato è un attacco a un'Istituzione repubblicana. In un regime parlamentare, dove il Governo si regge sulla fiducia delle Camere e dove il Presidente del Consiglio non rappresenta l'unità dello Stato, la critica al Capo dell'Esecutivo, al contrario, è legittima. Il Parlamentarismo Italiano è andato continuamente indebolendosi, ma finchè non cambia la Costituzione, il Governo dovrebbe rassegnarsi ad essere in una condizione di subalternità nei confronti dell'Assemblea elettiva. E soprattutto non dovrebbe pretendere rispetto senza poi concederlo a sua volta.

Lode all'inviolato (un simpatico intermezzo aspettando Godot)

Visto che è di gran moda dedicare poesie, io, imitatore del sacro Bondi, voglio provarci. Non potendo, per incapacità ed indegnità, comporre versi di mio pugno, prendo in prestito un pezzo di Franco Battiato. Il brano è dedicato al Governo. I protagonisti: l'inviolato (Prodi), l'io narrante (Mastella), il diavolo (Bertinotti).

Ne abbiamo attraversate di tempeste
e quante prove antiche e dure
ed un aiuto chiaro da un'invisibile carezza
di un custode.

Degna è la vita di colui che è sveglio
ma ancor di più di chi diventa saggio
e alla Sua gioia poi si ricongiunge
sia Lode, Lode all'Inviolato.

E quanti personaggi inutili ho indossato
io e la mia persona quanti ne ha subiti
arido è l'inferno
sterile la sua via.

Quanti miracoli, disegni e ispirazioni...
E poi la sofferenza che ti rende cieco
nelle cadute c'è il perché della Sua Assenza
le nuvole non possono annientare il Sole
e lo sapeva bene Paganini
che il diavolo è mancino e subdolo
e suona il violino

Se volete proporre altri nomi sono curioso di sentire la vostra.

mercoledì 5 dicembre 2007

Il bastone e la carota

L'esca è gettata e il pesce comincia a girarci attorno. Berlusconi, dopo l'apertura di ieri, apre a Fini e scaica la colpa del fallimento della Cdl su Casini. Il bastone e la carota. Tanto il risultato sarà sempre lo stesso: il partito unico. Solo che Fini si illude di entrarci da leader designato. Staremo a vedere.

Rien ne va plus

Una certa scuola storica tende a bocciare l'idea di una storia evenemenziale, fatta di date fatali e di momenti di svolta. Si vive di trasformazioni graduali, di mutamenti culturali, di assestamenti del tessuto sociale, di cambiamenti demografici. Non si consuma tutto in una data, a meno che non si voglia farla divenire un simbolo. Se poi esistono davvero i giorni storici sono quelli che non ci aspettiamo, che nessuno conosce. Sono le ore in cui maturano le condizioni del cambiamento.
Queste settimane potrebbero essere il presupposto di una data storica. Ci troviamo di fronte, la prima chance dai tempi della Bicamerale, ad un bivio. Possiamo scegliere il cambiamento o possiamo scegliere che tutto rimanga come prima. Entrambe le soluzioni sono aperte e possibili e logorano il sonno dell'oligarchia al potere.
A ciascuno la sua moneta o il suo teschio, se preferite. Berlusconi può spazzare via l'intero sistema istituzionale e partitico o lasciarsi convincere dalla sirena di Fini a ritornare nel caldo ovile della ricostituenda Casa delle Libertà. Veltroni può rinunciare al potere conferitogli dagli elettori alle primarie ascoltando i tanti capetti del Pd o può esercitare appieno il suo mandato fino ad arrivare all'accordo col Cavaliere anche a costo di sacrificare il Governo Prodi. Bertinotti può subire le manovre dei due macropartiti per scegliere tatticamente di conservare poltrona e Governo o può strategicamente sfasciare tutto per cercare di ostacolare l'emarginazione della sinistra radicale e rivendicare la purezza del suo Partito. Casini può appoggiarsi a Fini contro Berlusconi o cercare di approfittare delle simpatie trasversali verso il modello tedesco per regalare al suo partito quella centralità che gli consentirebbe -soprattutto senza premio di maggioranza- di aspirare all'onnipresenza nei futuri Governi. Mastella e gli altri lillipuziani possono scegliere se conservare i ministeri e venire distrutti o mandare tutto a carte quarantotto e sperare che nulla cambi. Prodi non ha nulla da decidere: ha il piattino che sceglie per lui.
E Fini? Fini ha tre scelte: può decidere di continuare a pregare tutte le divinità pagane affinchè Berlusconi torni indietro, può continuare ad illudersi che la riforma referendaria lo riporterà nel paese delle meraviglie in cui egli è leader designato della Cdl e come vice ha il bianconiglio o può rassegnarsi a governare la destra in un sistema proporzionale. Sarò un nostalgico missino impenitente e filofascista ma io parteggio per la numero tre, a dispetto di tutti coloro che scalpitano per un ministero, un sottosegretariato, un ente, un paio di capponi. A meno che Berlusconi non intenda davvero restare a sguazzare nello status quo perdendo la possibilità di fare il Messia. Signori fate le vostre puntate. Rien ne va plus

martedì 4 dicembre 2007

Per grazia di Dio e per volontà della Nazione

Sebbene la politica viva di momenti, di eventi e di notizie, non è detto che un giorno di silenzio sia scarsamente significativo. Ciò che più importa, infatti, in una politica fatta di leader, è l'umore del capo, la convinzione del capo, la strategia del capo, la determinazione del capo. I leader più intelligenti, a loro volta, cercano di saggiare il volere del popolo. C'è chi lo fa con i sondaggi, chi con la raccolta di firme, chi con i referendum, chi con elezioni. Al tempo stesso si può incidere o meno sulla volontà della cittadinanza, contribuendo a costituirla, come nel caso di Putin, o accettandola, come nel caso di Chavez.
Ciò che lascia più che mai perplessi è il crescente valore in Italia della vita e delle decisioni di un singolo rispetto all'esistenza di una collettività. La bimba che ha avuto ieri Gianfranco Fini (tanti auguri) è stata un tassello o una scusa nella separazione da Berlusconi. L'idea del Cavaliere di formare un nuovo partito non ha dovuto passare per alcuna forma di consultazione, se non per la prova delle firme. L'elezione di Veltroni nel Pd ha provocato cascate di nomine che hanno sconquassato e turbato non poco gli animi a sinistra.
I capi sono sempre esistiti. Tuttavia oggi i contropoteri politici sono più deboli. I contropoteri esterni (società, economia, morale) non hanno bisogno, invece, di gettarsi nella mischia: condizioneranno qualunque contendente si troveranno di fronte. Quest'evoluzione complessiva della politica ha tratti distintivi che richiederebbe uno studio attento utilizzando metodologie comparative: il populismo generalizzato (e non esclusivamente di Berlusconi), i colpi di coda degli ultimi peones, la scarsa democrazie interna dei partiti, la costituzione di oligarchie non più intra-partito ma inter-partito.
La devastazione di quel presidio finora indispensabile alla democrazia quale è stato il partito nasce da lontano ed ha svariate cause. Nel giorno in cui si dice che destra e sinistra non esistono più, potremmo indicare, tra le altre, la caduta delle ideologie. E' singolare, per esempio, che la gens berlusconiana abbia deciso di radunarsi sotto la definizione di "popolo" rinnegando il partito. E' uno degli ennesimi frutti avvelenati dell'antipolitica? Forse, ma è anche molto di più. Non basta un Cola Di Rienzo per ricostituire un Impero. E non è sufficiente un comico per distruggerlo.
Viviamo strani giorni. Il cambiamento è in atto ma le forze della conservazione si oppongono affinchè nulla avvenga. Parisi, Fini, Prodi sono oggi nello stesso schieramento anche se forse loro stessi neppure lo sanno. Chi vincerà la sfida ancora non è possibile saperlo. Giornate come quelle di ieri servono ad affilare le armi. A noi, a tutti noi, anche a quanti fra noi sono deputati, assessori regionali o membri delle direzioni nazionali, non resta altro da fare che stare a guardare e sperare almeno di poterci divertire.

lunedì 3 dicembre 2007

La trasfigurazione di Silvio

Mi ha sempre affascinato il lavoro di "tecnico" della politica. In America, Paese civilizzato e civilizzatore, i tecnici della politica esistono da moltissimo tempo. Senza perdermi in spiegazioni dettagliate, sintetizzerò tutto l'esercito di sondaggisti, consulenti d'immagine, psicologi, scrittori di discorsi, pubblicitari, ricercatori e creatori di scandali che sta dietro ad un politico americano con una dizione che trovo fantastica: "coloro che fabbricano il re". Purtroppo devo confessare che non è un'idea mia ma l'ho presa dal film "City Hall". E' cinica, elegante e geniale al tempo stesso.
La politica in America è sempre stata vissuta e praticata in modo diverso rispetto al nostro. I fabbricanti dei re sono degli scienziati e lasciano le emozioni agli altri. Anzi, proprio le emozioni sono uno dei sottoprodotti che essi cercano di creare nell'elettorato.
Quando ho visto Berlusconi nel suo nuovo abito ho compreso quanto questo modo di far politica stia attecchendo pure da noi. Intendiamoci: per Berlusconi non è una novità. Chi non ricorda il sondaggio americano che sventolava pochi giorni prima delle elezioni politiche? Tuttavia in questi giorni i consulenti del Cavaliere stanno dando il meglio di se stessi. La svolta sta imprimendo nel personaggio dei mutamenti conturbanti. Per dirla con le parole di prima: cinici, eleganti, geniali.
Qualche giorno fa un commentatore di "Prima pagina", programma radiofonico di Radio Tre, rilevava un cambiamento nel gergo berlusconiano: l'ormai famosa parola "ectoplasma" denotava un'evoluzione aulica, colta e tecnica che viene, a mio parere, confermata in questi giorni. Le parole del Presidente in pectore del Pdl (ha vinto popolo o partito?) sono docili o dure conformemente ai sondaggi, ma diverse ai toni da capopopolo dei tempi di Forza Italia. Anche l'abbigliamento è diverso e segna la svolta. Nella giornata a Palermo ricorda in modo inquietante l'orbace della RSI: forse un ammiccamento ai camerati che sbagliano. Le corse in mezzo ai giornalisti, poi, inducono a credere che ci si trovi ad un uomo nuovo, ad un giovincello gioioso ed eccentrico. La figura vista e rivista per 13 anni non è più la stessa ma ha subito la sua trasfigurazione. Il misterioso concetto evangelico trova oggi l'esemplificazione pratica nella metamorfosi conturbante subita dal Cavaliere.
Mentre Veltroni ha subito il "purgatorio" del Campidoglio prima di salire al Paradiso della candidatura a Premier, a Berlusconi per rinnovarsi è bastata una notte. Un cambiamento da tenere d'occhio: il Cavaliere fa l'abito e pure il monaco. Quando comincerà a moltiplicare pani e pesci o a far crescere alberi di zecchini d'oro fatemi un fischio.